III parte
Gli sembrava di annegare. Non vedeva niente e le pupille non potevano dilatarsi più di tanto per cercare di penetrare quel nero che gli era calato davanti. Intanto il respiro si fece affannoso e poche gocce di sudore gli spuntarono sulla fronte. Hans rimase immobile, cercando di calmare il respiro: dall’inizio aveva capito di non dover più contare sulla sua razionalità e che tutto quel che gli si era mostrato agli occhi non era altro che un incubo, allucinante.
Per un attimo gli tornò l’immagine del cadavere ambulante che vomita vermi, minuscoli, bianchi; gli sembro che la sua bocca e i suoi denti giallastri e andati a male, non coperti più da labbra, gli spirasse sul collo. Eppure quello era Mikael, trasformatosi, improvvisamente, davanti ai suoi occhi.
In quella notte storpia, non gli era sembrato di vedere e ascoltare nulla di umanamente concepibile. Sembravano tutti pazzi, compreso lui:
“I pazzi vanno assecondati.” Pensò.
Intanto, la temperatura andava aumentando e nella cabina, oltre all’odore di ferraglia e di treni proveniente dalle banchine di attesa, cominciava a provenire un altro odore.
Anch’esso caldo ed umidiccio come quello di metropolitana, si presentava alle narici di Hans con tutto il suo disgusto, trasformandosi in sapore, da lui già conosciuto e che, lì per lì, non riuscì a collocare.
Sbottonò il colletto della camicia, mentre le varie gocce di sudore che intanto si erano fatte più abbondanti, defluivano dal collo al petto.
“Eva!” Un pensiero che quasi sussurrò al buio circostante. Doveva essere passato un bel po’ di tempo da quando aveva abbandonato l’ufficio e la moglie doveva essere preoccupata. O furiosa.
Lo stesso pensiero gli portò alla mente l’odore, umidiccio e dolciastro.
Mozzò il respiro. Non aveva dubbi: si trattava del classico odore emanato dalla vagina. La vagina di Eva, per esattezza.
Non era possibile! Passandosi un altro dito attorno al colletto della camicia, sperando che un piccolo soffio di aria gli avrebbe rinfrescato il petto, si rilassò e fu raggiunto da un delicato torpore. La razionalità la aveva lasciata un paio di ore prima e l’unica cosa che gli funzionasse nel cervello era non pensare; piccole scariche si ripercossero lungo i quattro arti come lame che attraversavano il corpo dall’interno e, nell’oscurità più nera, si appoggiò con la schiena ad una parete dell’ascensore malandata.
La camera nera cominciava a stargli stretta e quel buio non poteva far altro che stringere ancora di più attorno a lui le sottili pareti dell’ascensore che, tra l’altro, sembrava scendere senza rallentare, come se il piano di arrivo non ci fosse; come se stesse scendendo dritta all’inferno.
La camicia cominciò ad azzeccarsi alla schiena madida di sudore, una sensazione che gli aumentava quel senso di oppressione; si scollò dalla parete, lasciando che la camicia abbandonasse la presa sulla pelle calda della sua schiena e che l’aria cominciasse a scorrere per quel breve tratto di carne che era stata costretta a rimanere attaccata ad un tessuto, evitando di respirare. Un altro sguardo intorno e il respiro che cominciava a mozzarsi fecero esaurire ad Hans la pazienza e la buona speranza in cui, irrazionalmente, aveva creduto; quindi sbuffò e, caricando all’indietro le due braccia, scagliò poderosamente i pugni contro le porte dell’ascensore che lo avevano costretto alla prigionia. Ancora una volta. E ancora una volta. Le mani cominciarono a dolergli, stanco e ansimante, poggiò la testa contro le due porte sigillate, cercando di non pensare. Quanto avrebbe voluto dormire, quanto avrebbe desiderato non pensare in quel momento, di non sentire, di odorare e di non respirare. Avrebbe desiderato non esistere, in quell’unico momento. All’improvvisò spalancò gli occhi: ancora quell’odore! Gli saturava le narici, ora, ed era più forte.
Si staccò dalle porte, sapendo che era finalmente giunto a destinazione. Poco dopo, infatti, l’ascensore cominciò a decelerare fino a fermarsi con uno stridio inconsueto di ferraglia vecchia e fragile. Le porte, lasciandosi, aprirono una finestra di luce che si proiettò su Hans accecandolo.
La luce non gli sembrava, poi, così forte ma dopo tanto tempo al buio i suoi occhi, adesso, dolevano. Quanto tempo era stato in quella gabbia decrepita?, si chiese. Due minuti, due giorni o due anni? Gli era sembrato il viaggio più lungo della sua vita imprigionato in quel silenzio rotto a scatti dallo strusciare dell’ascensore contro pareti di materiale ferroso. Parlava lui e il suo cervello e quella voce, quei discorsi, sembravano gli unici seri e, allo stesso tempo, privi di senso.
Gli occhi, abituatisi alla luce artificiale che veniva proiettata sulle banchine di attesa dei treni, permisero finalmente ad Hans di avere una visione completa del luogo nel quale era giunto. Sembrava, si, una stazione metropolitana ma, allo stesso tempo, non aveva nulla che potesse identificarla come tale. Caldo e umidità erano al di sopra del normale e l’aria era pesante e appiccicata, quasi densa, e seccava la faringe di chi la introduceva all’interno della bocca. Non c’erano lampioni, lampadari e proiettori ma lo stesso una grande luce inondava l’intero spazio. Hans mise un primo piede fuori l’ascensore e non fu raggiunto da alcun vento rinfrescante che potesse calmare l’oppressione che sentiva gravare sul diaframma, complicandone la respirazione; sapeva che non sarebbe potuto resistere a lungo e che prima o poi sarebbe giaciuto a terra, in posizione fetale, vittima di una crisi di panico o di un esaurimento nervoso. Continuò a buttare qualche passo e a farsi avanti in quella stazione. Ora poteva osservare bene le superfici della costruzione: i muri e il tetto sembravano essere una sola cosa, che si chiudevano a formare un lungo tubo; o buco. Poi Hans con suo grande disgusto si accorse che sembravano pulsare di vita.
Si fermò, bloccando anche il respiro e fissando il tetto e le pareti: si, aveva ragione! Pulsavano, come se fossero alimentati da qualche fluido vitale.
Poi c’era quell’odore! L’odore di vagina, forte, intenso e umido. E ad Hans sembrava di essere proprio in una vagina, calda e pulsante. Forse si trattava di quella di Eva, pensò ad un tratto; ma tutto quello che gli sembrava avere un senso, l’unico filo logico che lo aveva portato fino a là era che tutta quella storia che era cominciata dall’incidente con Mikael e adesso, sarebbe arrivata alla fine. Una specie di resa dei conti, un incontro con una persona alla quale hai fatto del male e devi cercare di giustificarti, di ottenere la sua comprensione, il suo perdono; e tuttavia sai che non tornerà nulla più come prima.
Poco più avanti, sulla destra, ad Hans sembrò di vedere alcune persone sedute su una panchina ad attendere il treno. Fu una liberazione: finalmente riusciva ad incontrare un’altra anima viva. Non gli importava se non parlassero o se fossero pazzi come il vecchio barbone che aveva incontrato prima, la cosa importante era la figura umana che distribuiva calore nel corpo e colorava i pensieri grigi che gli riempivano il cranio.
Si mosse, così, verso di loro.
“Scusate…” disse ansimando mentre giunse nei pressi di quelli. “Scusatemi!” Respirò mentre le caratteristiche di quei tizi seduti giunsero meglio alla sua retina, stampandosi su di essa. Sembravano senza colori e non un’espressione compariva sui loro volti, smorti.
“Scusate, da quanto tempo aspettate il terno?”
“A…spettare?” Domandò un tizio con la faccia di un vecchio, ma che vecchio non era. Le figure presenti si mossero, si guardarono a cercare consiglio. Poi, la faccia da vecchio riprese:
“Ecco cosa siamo a fare qui! Aspettiamo!” Rivolgendosi agli altri seduti. Si guardarono ancora, poi uno esclamò: “Sai che mi piace il suono della tua voce?” Rivolgendosi al vecchio. “Già.”, rispose: “Anch’io non la sentivo da un bel po’!”.
Hans intervenne: “Che diavolo ci facevate qua seduti sulla banchina di una metropolitana, se non ad aspettare il treno?! Voi siete pazzi, maledizione! Stasera sto incontrando solo pazzi, porca puttana!”. Colpì con un calcio il bidone dell’immondizia accanto alla panchina, violentemente. Il vuoto risuonò per tutto lo spazio, producendo un debole eco. Le persone sedute sulla panchina non sembravano minimamente scosse e, con precisione assoluta, ruotarono la testa verso Hans che si portò le mani alla fronte e cominciò ad ansimare!
“Cazzo!, io adesso dovevo essere a casa!, avevo già finito di mangiare ed ero in pigiama pronto ad andare a letto! Cazzo!” Scaraventò le braccia giù, con violenza, per scaricare la tensione. Nessun risultato. “Cazzo!, devo essere a cassa e non ad aspettare il treno delle…”
Voltò gli occhi sull’orologio: la lancetta delle ora era scomparsa, quella dei minuti procedeva in senso antiorario con ritmo frenetico.
[...]