formalità e dintorni.

scritto da KingD il sabato, 22 settembre 2007,14:39
Beh, salve.

Volevo solo avvisare che non si tratta di un Blog in cui parlo di me stesso o tendo a commentare, criticare ed esaltare ciò che hanno fatto gli altri: l'ho fatto per troppo tempo o per troppo poco, non importa.

Ciò che conta adesso è dare sfogo alla fantasia. Questo è un blog di storie, impastate da me e condite da me. Storie di sogni che finiscono male e di incubi che finiscono peggio. Come potete notare dal titolo del blog, i racconti sono ispirati dal genere Noir ed Horror, per questo definisco i miei racconti Horror/Noir.

Ricordate che non c'è bisogno di farsi a fette il cervello, cercando messaggi nascosti ed ermetismi vari, le storie sono per puro intrattenimento e se siete muniti di ulteriore pazienza, al termine della vostra lettura, vi sarei grato se poteste esprimere un giudizio. Per chi non se ne intende di tecniche e di analisi, può lasciare la sua impressione e ciò che la storia può aver suscitato in lui.

I consigli NON verranno accettati. A chi è giunto fin qua dico: grazie e buon divertimento!!!



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Una buona idea

scritto da KingD il lunedì, 24 settembre 2007,16:10

una buona idea.


I parte

Hans camminava quella sera per la stessa strada osservando. Lo stesso marciapiede, lo stesso cartello pubblicitario, la stessa fermata dei pullman, gli stessi negozi, le stesse case, le stesse auto e le stesse facce; quasi le sembrava di riconoscerle come vecchi amici e gli mancava la forza di fermarle, almeno per dire: “Salve!, passiamo per la stessa strada da nove anni e ci vediamo ogni sera; eppure, tu non sai come mi chiamo, né io so il tuo nome.”

Lunghe distese di cemento, non colorate, lo attendevano ogni sera all’uscita del lavoro e, la vista di quelle lingue apatiche imbottite di macchine, gente e motorini frenetici, gli risultava ormai insopportabile. Così, aveva cominciato ad allontanarsi sempre più tardi dal lavoro, uscendo verso le undici della sera.

La città, sul far della notte, è bella: mormora allo spirito i suoi segreti e il suo silenzio. Sembra riportar alla mente la natura che una volta era lì prima che il palmo di un piede di un uomo, l’abbia accarezzata per la prima volta. E poi distrutta.

Ora, le lingue di cemento macinate dalle suole delle sue scarpe e il ticchettio dei tacchi su di quelle, gli portava alla mente l’ultima metropolitana che da lì a poco sarebbe partita. Accelerò il passo.
Il silenzio mistico fu interrotto dalla voce di Mikael che, forse, a quell’ora lasciava il lavoro. Strano.

“Salve Mikael.” Due parole, decise.
“Devo averti disturbato, caro mio, dai tuoi pensieri.”

Hans continuava a camminare con l’amico accanto, non ritenendo opportuno rispondere a quella sua domanda certo che Mikael, una risposta, l’aveva intuita da sé.

Era il periodo di fine novembre e già la nebbia cominciava a scendere alle periferie della città. Il risultato era visibile alzando la testa: una enorme cappa trasparente visibile dalle luci che la città emanava: bianca, arancione.

Arancione! Non il colore, ma la parola gli balenò in testa. Come se l’avesse sempre saputo e non riusciva a pronunciare. Era quel maledetto colore che cominciava a stare stretto ad Hans: gli sembrava il tono cromatico che aveva preso la monotonia.

Mikael continuò: “Non te la prendere. Alla fine l’avete scelto voi. Tu e tua moglie. Pensarci su, adesso, non serve a nulla.”
Hans fermò i suoi passi e si voltò ad osservare l’amico: “Cerco solo di prendere aria dopo la giornata di lavoro, tutto qui. Non ho bisogno di consigli, Mikael.”
E continuò a camminar in avanti, lasciando l’amico un po’ distante alle sue spalle che riprese a parlare quasi subito: “Lo so. Ma io intendevo…”
“Tanto meno di compassione!” La frase, a troncar la lingua del compagno, ebbe il suo effetto: Mikael zittì e, silente, si mise a recuperar i metri che Hans gli aveva messo avanti.

E’ vero, la decisione fu presa con la moglie, ma non è stato così semplice.

Anche perché non sapevano nemmeno se il feto avrebbe avuto qualche menomazione o malattie. Anzi, ai due non interessava.

Erano passati quasi quattro anni dall’arrivo di Anja, la sua prima figlia e i mesi dopo il parto non furono alquanto semplici da vivere come padre. Non s’aspettava un cambio di vita e nemmeno un ulteriore carico di responsabilità e, la cosa più difficile da accettare per Hans, fu quella di entrare, infine, in una serie di regole del buon vivere, che lui aveva sempre ripudiato. Depressione e nervosismo lo percossero per circa sei mesi dalla nascita di Anja: una rabbia recondita difficile da sopprimere, la rabbia di vedersi diventare ciò che gli altri volevano. Certo, avrebbe potuto evitare tutto ciò, comportandosi come aveva sempre fatto ma l’idea di subire altri scontri con la famiglia di lei e, soprattutto, con la moglie non la sopportava. Neppure quella.

La verità è che la storia che Hans si sta raccontando è la storia di un debole: colui che è sempre stato affezionato alle sue regole e, per quanto potessero somigliare a quelle di qualcun altro, non poteva farne a meno. Spaventato a tal punto dal cambiamento, da diventarne esso stesso una parte e quando scoprì ciò, non poté far altro che constatare la sua misera realtà, contando semplicemente i granuli di polvere rimastigli tra le mani.

Quello era stato il tempo per lui: la sabbia, che scivola dalle mani, dopo che quelle avevano cercato di afferrarla, trattenendola in un pugno.

O, forse, lo scenario non era così deprimente di come lui lo se lo descriveva. Magari, a rendere scuro il tutto era l’aborto della moglie. Si ripeté che era una decisione presa da entrambi, anzi, fu lui a proporlo per prima e la moglie non ne sembrò contraria. Allora non aveva avuto problemi a decidere, ma, adesso, la questione si riproponeva e sembrava ingigantita.

Maledizione a quel Mikael! Che possa morire!

Ora al pensiero cominciarono ad insinuarsi i sospetti e come lame infuocate, trapassando la carne della testa e sfondando il cranio con precisione chirurgica, bruciavano il cervello.

Gli sembrava di vederla, sua figlia. La mai nata che ora gli era nitida e chiara nella mente e si presentava, più che come ricordo, come visione vera e propria. Aveva i capelli poco più scuri di Eva, quasi lo stesso taglio che le cadevano poco più in giù della spalle, accarezzandole. La pelle, non scura né candida, la si poteva osservare dallo spazio che si veniva a creare tra le bretelle del vestitino e i capelli. Anche se la osservava da dietro, Hans, sarebbe stato in grado di descrivere perfettamente il volto della bambina.

[...]

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Una buona idea

scritto da KingD il martedì, 25 settembre 2007,18:43
[...]

“Mi spiace. Non volevo offenderti.” Mikael pronunciò nel silenzio strappando Hans alla sua mente.

Hans voltò la testa verso l’amico e immediatamente sgranò gli occhi alla vista di quello che aveva davanti: la carne del volto di Mikael era totalmente raggrinzita, tracciata da rughe profonde simili a cicatrici che gli sfregiavano quel po’ di umanità che era rimasta a quel volto sgraziato. Persino il colore né rendeva ributtante la vista: un pallido morte misto ad un marrone scuro.

Il cranio era senza capelli e anche su quello si presentavano profonde rughe con pelle disidrata che se ne andava via a croste annerite e secche.

Ma ciò che scatenò il primo conato di vomito in Hans furono gli occhi del compagno. A prima vista bianchi, senza iride, senza pupilla. Ad un secondo sguardo era possibile vederle bene, sotto un velo acquoso e gelatinoso bianco, che copriva l’intera cornea e rifletteva la luce arancione che inondava la strada che stavano percorrendo.

“Tutto…tutto bene Hans?” farfugliò Mikael, confuso allo sguardo di terrore del compagno.

Ma nella bocca di quello, che si aprì per pronunciare quelle brevi parole, Hans non vide una lingua o un qualsiasi altra mucosa presente in ogni essere umano. Appena spalancò le labbra lividi e sottili una palla di vermi bianchi, da cadavere, cadde all’infuori spappolandosi sul cemento. Quella che doveva essere la lingua di quello era una massa informe e amorfa, senza colori, coperta da minuscoli vermi bianchi, che si muovevano a scatti, scivolavano in avanti, cadevano nella bocca di quell’orrore e morivano atrocemente dilaniati dai denti giallastri.

Hans in uno scattò si voltò, terrorizzato. Ma quella immagine gli tornò nuovamente nella mente, chiara e assolutamente reale: quell’incubo in cui si era trasformato l’amico e che lo guarda da quegli occhi blandi, senza più vita. Non resistette. Si piegò su se stesso, sulle ginocchia, dando le spalle al mostro, e sboccò violentemente sul cemento, davanti a lui.

Un groppo di acido lo colpì dapprima alla gola, poi quel fastidioso bruciore si trasferì nella bocca mentre un filo di bile, trasparente, gli colava dalle labbra. Sputò. Poi tossì.

Mikael, intanto, osservava senza capire: aveva cercato di rendersi utile all’amico ma lo aveva scacciato e, adesso, aveva vomitato solo per averlo guardato un po’. Si mise la mano in tasca a cercar un fazzoletto; quando lo trovò si avvicinò ad Hans, offrendoglielo:

“Prendi…e calmati Hans!”

Con la coda dell’occhio Hans si accorse dell’approssimarsi di quello e della sua mano. Terrorizzato da ciò che aveva prima visto, non osava voltar la testa e l’unica cosa che gli fulminò il cervello, ghiacciando i suoi confusi ricordi fu un unico pensiero: scappare!
“Devi aver mangiato qualcosa di guastato alla mensa, Hans. Non preoccuparti. Ecco tieni.”

Nemmeno il tempo di calar la testa e rialzarla che, l’amico, era scattato in corsa davanti a lui, con la giacca che ballava e il corpo destabilizzato dalla borsa che manteneva in una mano. Mikael si mise a seguire le chiazze di vomito che lasciavano le scapre di Hans, mettendosi a correre anche lui e chiamando l’amico a gran voce. Voce che riecheggiava negli spazi abbandonati della città notturna.
Hans si accorse che quel cadavere lo stava seguendo. Lo immaginava scattare su quelle gambe scheletriche, coperte di solo qualche brandello di carne. Gli occhi vitrei che scrutavano nel buio a cercarlo e un ghigno di soddisfazione, felice per la caccia della sua preda; mentre i vermi cadevano dalla bocca di quello a gruppi, ad uno e sul cemento sotto i suoi piedi e addosso, tra i vestiti.
Hans, affannato ormai dalla corsa, s’infilò in un vicolo buio che tagliava la strada principale che conduceva alla metropolitana. Non era un posto sicuro, soprattutto a quell’ora di notte.
Si fermò per poco e, appena, alle sue orecchie giunsero i passi dell’orrore che lo inseguiva, si mise di nuovo a correre, più lentamente, cercando di fare meno rumore possibile, in quel vicolo nero.

A Mikael, Hans sfuggì dalla vista, le impronte non potevano più aiutarlo. Davanti a lui si stendeva la strada principale che percorrevano quasi ogni sera, illuminata di arancione e deserta oramai. Alla sua destra un minuscolo vicoletto tinto nero non permetteva una buona visuale e, di certo, non aveva alcuna intenzione di percorrerlo.

“Al diavolo…” E Mikael si mise a percorrere la solita strada.

Hans, intanto, proseguiva in quel vicolo tetro. Non correva più dato che non sentiva più nessun passo dietro di sé. I suoi, invece, riecheggiavano sinistramente in quella recondita stradina delimitata da muri in mattoncini rossi, accatastati uno sopra l’altro che, di notte, sembravano assumere un colore verdognolo. Deglutì: non era sicuro di quella scelta, d’altra parte non ne era mai stato sicuro di nessuna.

Continuò, quindi, lasciandosi il nero notte alle sue spalle.



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l'acqua del sangue.

scritto da KingD il giovedì, 27 settembre 2007,20:12
l'acqua del sangue.

A volte sembra che tutto piova e con l'acqua scorra tutto via,
rotolando giù,
come se la strada fosse in salita.

A volte lasci per caso una foglia baciare
la pellicola d'acqua,
lasciando che il sangue trasparente la porti via con sè
a valle.

Più avanti la salita è ripida,
i polpacci fanno male e
i polmoni a stento riescono a riempirsi con ritmo;
ti giri e scopri che quella foglia è andata via,
a valle,
scorrendo sotto i tuoi occhi,
silenziosa come quando, per caso,
non l'avevi nemmeno vista.

Ed è allora che ti piove il cuore.
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Una buona idea.

scritto da KingD il martedì, 02 ottobre 2007,10:50

II parte

Hans procedeva a passo lento in quel vicolo scuro circondato dal verde che la notte aveva donato ai mattoni delle case fatiscenti che si trovavano lungo la strada. Ad un certo punto avanti a sé non vide altro che notte; più che notte si trattava di nero. Una tenebra fitta a tal punto che nemmeno la luce di quei pochi neon, funzionanti e intermittenti, riuscivano a rischiarare.

Deglutì ancora un volta; si chiese cosa stava succedendo, uno scherzo della realtà o della sua mente? Le sue gambe, però, si ostinavano a continuare e senza porsi alcuna domanda Hans s’infilò in quel nero.

Gli sembrava di essere in una stanza quando appena si spegne la luce e non si può veder altro che niente e il buio risuona selvaggiamente nella testa. Si fermò; il cuore gli tamburellava nel petto e quella pressione contro il suo sterno era una medicina per il cervello di Hans che, finalmente, cominciava a sentire qualcosa di più umano a quanto aveva assistito poco prima. Quel pensiero durò poco, poiché Hans fu investito da un dubbio: il cuore era impazzito per la corsa o per la paura che ora lo opprimeva? La seconda ipotesi gli pareva più probabile e, come un genio arriva all’idea da creare, così Hans si accorse di avere paura.
Gli occhi, intanto, si erano abituati alla tenebra e saettavano, veloci, tutt’intorno. Una fila di bidoni di immondizia si presentò alla sua destra; davanti a lui proseguiva il vicolo che fino a poco fa stava percorrendo e alla sua destra spuntava un altro vicoletto che si perdeva nella notte.
Seppur, in passato, aveva attraversato quella stradina poche volte, quello spiazzo non se lo ricordava ed era pronto a giurare che non era mai esistito.

“E così, ragazzo, fuggi dalla notte.”

Una voce, come quella di un vecchio, gli giunse alle orecchie. Gli sembrava provenire da dietro, alle sue spalle. Un brivido gli percorse la schiena.

“Ma dalla notte non si può fuggir, n’è così ragazzo?”

Provò a scrutar con la coda nell’occhio la persona dalla quale bocca erano fluite queste parole. Poi, non vedendo nulla, si voltò di scatto. Ai suoi occhi apparve un vecchio, proprio come immaginava, un barbone forse. Aveva dei capelli lunghi bianchi che gli cadevano solo dai lati della testa e, al centro di quella, non c’era altro che pelle nuda e trapassata da rughe. Gli occhi di un azzurro pallido, lo fissavano, apatici. Anche se lo osservò a lungo, Hans, non sapeva dire di che cosa era vestito o se li avesse mai avuti dei vestiti.

“Chi…chi sei?” Ruppe il silenzio, finalmente. “Che vuoi da me? Non ho soldi appresso!”
Il vecchio scosse il capo: “Pessima presentazione, ragazzo!” E gli passò accanto dirigendosi verso i bidoni della spazzatura.
“Ho ucciso il mio amico per questa.” Alzò la mano destra. Hans vide che teneva per il collo una bottiglia di liquore piena, forse di gin.

Cominciò a muoversi verso degli scatoloni, poco vicino alla spazzatura. Si sedette su uno di quelli. Posò le braccia sulle cosce stanche e si mise a fissare Hans.

“Eppure, tutto questo ti è familiare. E, seppur ti senti a casa, ti stai chiedendo se è la tua mente a tirarti questi brutti scherzi. Sai, non è facile arrivar qui. Bisogna prima ricordare. Tu ci riuscirai, vero ragazzo?”

Anche se le ultime parole del vecchio erano criptiche, Hans non poteva far a meno di ammettere che quello aveva ragione: non era la città in cui aveva sempre abitato. Non era il vicoletto dal quale, qualche volta, era passato. Quel vecchio che gli parlava non poteva…
“…conoscerlo?” Esordì il vecchio, terminando così l’ultima parola del pensiero di Hans.
Rabbrividì. Il sudore freddo che gli colava dalla schiena era come una lama di ghiaccio che ne apriva ferite dalle quali non fuoriusciva sangue. Quel vecchio riusciva a leggerlo nel pensiero!

“N’è così ragazzo?” Domandò ancora il barbone.
“Basta! Non sono un ragazzo, ho quasi cinquant’anni! Non mi chiamare così!”

Sbraitò Hans lanciando la borsa verso un bidone della spazzatura. Quella lo colpì facendo un rumore sordo che rimbombò per lo spiazzo.

“Ooooh!” Sospirò il vecchio. “Gli anni non contano per chi ha sempre vissuto.”
“Che vuoi da me?” Urlò Hans, disperato, alla volta di quello.
“Che vuoi tu da me? Sei tu che vieni a trovarmi.” E con la mano indicò uno scatolone di fronte a lui, facendo segno col capo ad Hans di sedersi.

Deglutì ancora quel po’ di saliva che gli era rimasto. La bocca cominciava a farsi secca e la lingua si appiccicava alle labbra, anche loro secche. Allucinazioni? Era morto? O, forse, era semplicemente pazzo?

“No che non lo sei…ragazzo. Almeno per ora. Prego, siediti.” Disse ancora il vecchio.
Hans provò una sensazione strana: le parole del vecchio non gli erano del tutto lontane, quel posto lo faceva sentire sicuro, familiare, molto meglio della stradina buia che stava percorrendo. Si accomodò di fronte al vecchio, aspettando che parlasse.

“Ottimo ragazzo.” Prese una pipa dalla tasca e l’accese.
“Dove hai trovato il tabacco e quando l’hai caricata?” Chiese Hans al vecchio.
“Allora parlo davvero con un mulo. Ti ho detto che vivo da sempre, e anche questa pipa vive da sempre come il tabacco che è all’interno e il fumo che caccio dalla bocca. O come il gin che bevo.”

Prese la bottiglia, se la portò alle labbra e iniziò a bere grossi sorsi di gin. Quando la posò Hans si accorse che il livello del liquore all’interno della bottiglia non era calato.
“Vuoi dire che tutto questo è…eterno?”

Il vecchio scoppiò in una fragorosa risata.

[...]

 

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Una buona idea.

scritto da KingD il lunedì, 15 ottobre 2007,13:27
[...]

“Si, giusto. Questo è il termine che voi, miseri mortali, usate per definirci?”

Il discorso ad Hans cominciava a stargli stretto. La sua mente stava percorrendo un allucinante labirinto ed ogni parola che pronunciava quel vecchio gli sembrava farlo sprofondare in un incubo.
Un incubo strano, che aveva già vissuto.

“Chi…chi sei tu?” Chiese, balbettando.

“Mi conosci, Hans. Guardami bene. Noterai che quello che è più lontano e spaventoso dalla tua razionalità ti è più familiare di quanto pensi.”

Alle parole del vecchio, Hans, si mise a fissarlo. Cercava di ricordare dove aveva mai potuto vedere una faccia simile e d’improvviso tutto si fece più strano e atroce di quanto potesse aspettarsi.
Il volto di quel barbone sembrò mutare. I capelli si accorciarono e si scurirono fino a diventare neri e, infine, sul capo di quello si arricciarono. La faccia ringiovanì, lentamente, e gli occhi diventarono castani. Tutta la struttura ossea di quel cranio, che prima osservava, mutava.
Improvvisamente Hans si trovò di fronte se stesso. Spalancò la bocca per pronunciare qualcosa, ma da quella non uscì un fiato.

“Buonasera, sono Hans.” Iniziò a parlare il suo alter-ego. “Immagino che lei è diretto alla stazione della metropolitana, n’è vero?”

Hans annuì. L’unica cosa razionale che gli veniva da fare in quel momento fu assecondarsi.

“Bene, bene! Venga! Venga”

Hans si alzò. Il suo alter-ego gli mise la mano destra sulla spalla sinistra e cominciò ad accompagnarlo verso il muro, dove era appoggiato l’ultimo bidone di spazzatura. Il suo alter-ego gli parlava come se fosse un vecchio amico, ma non una parola veniva capita da Hans che, intanto, si faceva trascinare al muro.

“Ecco, venga!” Allungò l’altra mano libera verso il muro, afferrando qualcosa di invisibile che ruotò a mo di pomello di porta. Poi, facendo forza, tirò a sé la mano.

Una porta di mattoni, davanti a loro si aprì e la luce che ne penetrò fu come sapone agli occhi per Hans.

“Ecco. Di qui si fa prima!” Disse il suo alter-ergo facendogli l’occhiolino.

Non appena i suoi occhi si riabituarono alla luce, Hans si accorse di essere di fronte all’ascensore che l’avrebbe portato alla banchina dove aspettare il suo treno. Girò il volto, osservando l’altro se stesso che, intanto, lo guardava felice.

“Non ringrazi! Per me è un piacere aiutarla. Buona serata…anzi, buona notte! Salutatemi vostra moglie e la bambina!” E chiuse la porta, sbattendola.

Si lanciò contro il muro dal quale era entrato in stazione alla ricerca della porta. Passò le mani su quello più e più volte freneticamente ma della porta non ne era alcuna traccia.
Tutto era accaduto in maniera veloce e ad Hans non era ancora chiara la situazione. Tanto meno per dove era passato e come si faceva a trovare nella stazione del metrò quando quella era distante dal vicolo che stava attraversando ancora qualche centinaia di metri.
Eppure era lì. Riconosceva le scale che portavano all’ascensore, gli altoparlanti agli angoli delle mura e la piccola e stretta ascensore fatiscente che, da circa nove anni, prendeva ogni notte per giungere alla banchina dove lo aspettava l’ultimo treno per tornare a casa.
Esitò un po’ prima di premere il bottone di chiamata dell’ascensore. Si diresse alle scale intenzionato a tornare sui suoi passi per comprendere l’incubo in cui prima era precipitato. Ma non fece in tempo a mettere il primo piede sul primo scalino che una voce meccanica dagli altoparlanti annunciò l’arrivo dell’ultimo treno.
Contrariato Hans tornò di fronte all’ascensore e, col dito indice, pigiò il bottone di chiamata.

Attese.

Non poteva far altro che assistere al suo disfacimento mentale. Forse stava lavorando troppo e lo stress gli aveva tirato un brutto scherzo: il vecchio barbone, l’alter-ego che gli parla e la magica porta che lo aveva portato fin qui. Non poteva essere; nessun uomo poteva ammettere di aver assistito a quelle scene. Eppure gli sembrava tutto così familiare.
Portò le mani alle orecchie assordato da quel maledetto silenzio che lo costringeva a pensare. Non doveva, non voleva più pensare. Una lacrima gli spuntò dall’occhio destro; in fretta, col dorso della mano, se l’asciugò.
Non piangeva da che era un ragazzino, quando cadeva nelle sfrenate corse sulle bici o con un pallone al piede. Ricordava ll sole che scottava la pelle e che faceva sudare e che portava quel caldo, così piacevole ai bambini perché segnava l’inizio dell’estate e l’abbandono della scuola: unica responsabilità che avevano. Tutto era un sogno e ogni gioco rispecchiava l’avventura che ognuno di loro si aspettava di intraprendere. Si piangeva per poco: per un torto, per una caduta o per qualche litigio finito male. Nessuno poteva immaginare che la vita era il più grande bluf a cui potevano partecipare.
Ed ora, che tutto andava male: la sua famiglia, i suoi amici, il suo lavoro, la sua mente, la sua vita, non riusciva più a far sgorgare dagli occhi quel liquido liberatorio ed ogni sera si trovava di fronte a quel maledetto ascensore che l’avrebbe portato a casa, dove la moglie già dormiva e a lui non sarebbe rimasto altro da fare che sdraiarsi accanto a lei, dormire sei o sette ore e riprendere, il giorno dopo, lo stesso identico copione.
Lo scricchiolare della ferraglia e dei cavi dell’ascensore lo riportò alla stazione. Ancora quel silenzio surreale lo circondò poi, le porte si aprirono.

La luce bianca illuminò la cabina per un attimo, poi scomparve, lasciando quella al buio. Hans esitò un po’: “Ci mancava solo questa!”, pensò. Infine un rumore elettrico fece riaccendere la luce.

Tirò un sospiro di sollievo; la cabina dell’ascensore si presentava come al solito: scritte ovunque, nere e rosse, qualche piccolo murales colorato. Alcune parti, ormai, erano arrugginite dal tempo e Hans si domandava perché non la revisionassero: sembrava che potesse cascare da un momento all’altro. Entrò nella cabina e pigiò il pulsante con su scritto “Ai Treni”.
Un oggetto, però, lo pietrificò: nell’angolo a terra alla sua destra era appoggiata la sua borsa, quella che aveva lanciato contro il bidone della spazzatura.
Una moltitudine di pensieri si presentarono alla porta della mente di Hans. Ma furono bloccati dall’improvviso e rumoroso chiudersi delle porte dell’ascensore. Hans non ebbe nemmeno il tempo di contare i flash che illuminavano il suo cervello che vide scritto sulle porte scorrevoli, in un rosso tremolante:

“Colui che vive per sempre porta il peso del ricordo.”

Un istante ebbe per leggere poi, la luce bianca, sparì di nuovo inondando la cabina di buio.

L’ascensore, silenzioso come non mai, prese a scendere.

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All hallow's eve.

scritto da KingD il venerdì, 02 novembre 2007,19:07
all hallow's eve.

Leo era stanco. Di vedere. Di ascoltare. Di gustare. Di odorare. Di toccare.
Ma voleva parlare. Ora era necessario.
Ora che pezzi di puzzle componevano il suo cervello, con la più sottile precisione anatomica, riempiendo quel vuoto che prima si trovava tra l’etmoide e il parietale.
Voleva urlare. Da poco aveva finito di leggere la definizione di “persona” sul dizionario e non gli sembrava per niente strana.
Nemmeno adesso che il sangue cominciava a coprire le pagine.

Ha visto persone che parlano, parlano, parlano e parlano. Sempre e con insistenza. Vogliono convincerti che LORO fanno bene e TU dovresti prenderli ad esempio.
Sarà questo il motivo per il quale quelle persone festeggiano, danzano, cambiano, vivono solo quando c’è qualcuno che glielo dice.
Il cranio continuava a riempirsi, ancora e ancora.

Persone grigie che camminano tra file di cadaveri. Più silenziose di quei corpi senza vita vestiti a festa; un eterno inverno, un’alba pallida, nebbiosa. Ecco cosa vedeva!

Un taglio. Profondo.

Leo prese il coltello, doveva ammazzarne quanti più possibile prima di tornare.
Iniziò ad urlare come un forsennato; con un pugno ruppe uno specchio, lanciò una lampada contro la finestra, fracassando entrambe; col coltello stracciò la carta da parati che avvolgeva i muri spogli, vomitanti di silenzio col quale li aveva riempiti.
Ora la sentiva. La vocina che gli urlava di UCCIDERE. Di VENDICARE. Di FARE ciò che era giusto. Di TORNARE all’origine per salvarsi.
No!!!, erano pensieri da psicopatico!!!, ma i muscoli erano carichi di adrenalina, le mascelle serrate e le mani strette a pugno. Un altro urlo.
Doveva ammazzarne quanti più possibile prima di tornare.

Aprì la porta di casa e si fiondò nel pianerottolo, urlante.
Delirava, sentiva che parlava contro se stesso e al tempo stesso con gli altri; a volte parlava per se stesso e al tempo stesso per gli altri. Delirio puro!

Intanto, quelle urla, erano giunte agli orecchi dei vicini che, incuriositi, aprirono la porta, lentamente, per osservare che cosa stesse accadendo. E, magari, il giorno dopo raccontarlo in ufficio, al lavoro, ascoltato da colleghi fotocopia-di-sé-stesso, increduli.
<<Maledetti!!! Vi uccido tutti!!!>>

Leo urlava completamente fuori di sé.
Una vecchina mise il naso fuori la testa e lo chiamò, con voce flebile. Abitava di fronte a Leo e lo conosceva bene. Leo si girò, sconvolto. Alcune vene gli rigavano la fronte, stava per scoppiare. Voleva piangere, ma voleva anche uccidere. Si fiondò contro la vecchia urlando: <<Vecchia puttana!>>

epilogo.

L’ispettore mise il naso nell’obitorio. Il medico legale lo accolse.
Vide la figura stesa sul lettino grigio, freddo; rispecchiava perfettamente la morte.

<<Niente da dire, ispettore. Diciassette coltellate al ventre; si è praticamente spappolato lo stomaco e parte dell’intestino, alcuni resti li abbiamo raccolti e posati in quei barattoli per la ricostruzione. Ma, mi sa che non sarà più possibile>>
L’ispettore ascoltava, osservando l’uomo dilaniato.
<<Il colpo mortale, se così possiamo definirlo, è stato quello all’occhio.>> Un minuto di silenzio, grigio. <<Incredibile!>>

<<Non tanto, dottore. Quest’uomo, dalle testimonianze, sembra aver perso la testa. Voleva ammazzare l’intero genere umano, se fosse stato per lui.>> Si appoggiò al lettino d’acciaio.
<<Ma qualcosa in lui di umano - se “umano” è il giusto aggettivo per definirci – lo ha salvato! L’uomo, colto da un ultimo bagliore di lucidità, alla vista della vecchia che abitava di fronte a lui, ha rivolto l’arma contro di sé, uccidendosi. Con violenza; non voleva che la bestia che era in lui prendesse il sopravvento.>>

Il dottore osservava, silente, l’ispettore. Guardò per un attimo il cadavere di Leo. Poi l’ispettore riprese:

<<Almeno ha deciso lui quando e come morire!>>

Diede le spalle al dottore e si allontanò. Non un saluto fu scambiato tra i due.


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Ho perso sei a zero.

scritto da KingD il mercoledì, 14 novembre 2007,23:03

Ma ho perso.

Perso. Perso. Perso. E perso. Una sconfitta, poco dignitosa?, come mi ha detto qualcuno. Perchè? Cambierebbe qualcosa perdere uno a zero? Comunque avrei perso. Niente di più. Poi, sono silenzio nel cervello mentre le gambe camminano verso lo spogliatoio, ed ora? Ora dovrò sentirmi l'allenatore che parla e parla delle sue rabbie e sorbirmi i suoi: <<se aveste fatto come IO vi avevo detto di fare, avremmo vinto!>> Sicuramente!

Pesanti accuse cascano come la testa di un martello su un incudine. Ma il rumore nessuno lo sente. Ognuno convinto di aver fatto il giusto e di AVER DATO IL MEGLIO DI SE'! E allora il meglio di sè è merda, non vale niente, non vale nemmeno stare ad ascoltare la sfuriata di un allenatore, vecchio e presuntuoso! Di chi errori ne ha fatti ma non li accetta e li dimentica o di chi ha fatto tutti gli errori e l'ultimo che gli rimane è impartire lezioni ad epigoni ingrati! Si, perchè siamo tutti epigoni ingrati e i nostri epigoni saranno ancora più stronzi e ingrati di quello che siamo noi oggi.

Questo è il pensiero che, spero!, mi giungerà come ultimo: <<sono un'idiota!, ma in giro c'è di peggio!>>

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Una buona idea.

scritto da KingD il venerdì, 11 gennaio 2008,12:02
III parte

Gli sembrava di annegare. Non vedeva niente e le pupille non potevano dilatarsi più di tanto per cercare di penetrare quel nero che gli era calato davanti. Intanto il respiro si fece affannoso e poche gocce di sudore gli spuntarono sulla fronte. Hans rimase immobile, cercando di calmare il respiro: dall’inizio aveva capito di non dover più contare sulla sua razionalità e che tutto quel che gli si era mostrato agli occhi non era altro che un incubo, allucinante.

Per un attimo gli tornò l’immagine del cadavere ambulante che vomita vermi, minuscoli, bianchi; gli sembro che la sua bocca e i suoi denti giallastri e andati a male, non coperti più da labbra, gli spirasse sul collo. Eppure quello era Mikael, trasformatosi, improvvisamente, davanti ai suoi occhi.

In quella notte storpia, non gli era sembrato di vedere e ascoltare nulla di umanamente concepibile. Sembravano tutti pazzi, compreso lui:

“I pazzi vanno assecondati.” Pensò.

Intanto, la temperatura andava aumentando e nella cabina, oltre all’odore di ferraglia e di treni proveniente dalle banchine di attesa, cominciava a provenire un altro odore.

Anch’esso caldo ed umidiccio come quello di metropolitana, si presentava alle narici di Hans con tutto il suo disgusto, trasformandosi in sapore, da lui già conosciuto e che, lì per lì,  non riuscì a collocare.

Sbottonò il colletto della camicia, mentre le varie gocce di sudore che intanto si erano fatte più abbondanti, defluivano dal collo al petto.

“Eva!” Un pensiero che quasi sussurrò al buio circostante. Doveva essere passato un bel po’ di tempo da quando aveva abbandonato l’ufficio e la moglie doveva essere preoccupata. O furiosa.

Lo stesso pensiero gli portò alla mente l’odore, umidiccio e dolciastro.

Mozzò il respiro. Non aveva dubbi: si trattava del classico odore emanato dalla vagina. La vagina di Eva, per esattezza.

Non era possibile! Passandosi un altro dito attorno al colletto della camicia, sperando che un piccolo soffio di aria gli avrebbe rinfrescato il petto, si rilassò e fu raggiunto da un delicato torpore. La razionalità la aveva lasciata un paio di ore prima e l’unica cosa che gli funzionasse nel cervello era non pensare; piccole scariche si ripercossero lungo i quattro arti come lame che attraversavano il corpo dall’interno e, nell’oscurità più nera, si appoggiò con la schiena ad una parete dell’ascensore malandata.

La camera nera cominciava a stargli stretta e quel buio non poteva far altro che stringere ancora di più attorno a lui le sottili pareti dell’ascensore che, tra l’altro, sembrava scendere senza rallentare, come se il piano di arrivo non ci fosse; come se stesse scendendo dritta all’inferno.

La camicia cominciò ad azzeccarsi alla schiena madida di sudore, una sensazione che gli aumentava quel senso di oppressione; si scollò dalla parete, lasciando che la camicia abbandonasse la presa sulla pelle calda della sua schiena e che l’aria cominciasse a scorrere per quel breve tratto di carne che era stata costretta a rimanere attaccata ad un tessuto, evitando di respirare. Un altro sguardo intorno e il respiro che cominciava a mozzarsi fecero esaurire ad Hans la pazienza e la buona speranza in cui, irrazionalmente, aveva creduto; quindi sbuffò e, caricando all’indietro le due braccia, scagliò poderosamente i pugni contro le porte dell’ascensore che lo avevano costretto alla prigionia. Ancora una volta. E ancora una volta. Le mani cominciarono a dolergli, stanco e ansimante, poggiò la testa contro le due porte sigillate, cercando di non pensare. Quanto avrebbe voluto dormire, quanto avrebbe desiderato non pensare in quel momento, di non sentire, di odorare e di non respirare. Avrebbe desiderato non esistere, in quell’unico momento. All’improvvisò spalancò gli occhi: ancora quell’odore! Gli saturava le narici, ora, ed era più forte.

Si staccò dalle porte, sapendo che era finalmente giunto a destinazione. Poco dopo, infatti, l’ascensore cominciò a decelerare fino a fermarsi con uno stridio inconsueto di ferraglia vecchia e fragile. Le porte, lasciandosi, aprirono una finestra di luce che si proiettò su Hans accecandolo.

La luce non gli sembrava, poi, così forte ma dopo tanto tempo al buio i suoi occhi, adesso, dolevano. Quanto tempo era stato in quella gabbia decrepita?, si chiese. Due minuti, due giorni o due anni? Gli era sembrato il viaggio più lungo della sua vita imprigionato in quel silenzio rotto a scatti dallo strusciare dell’ascensore contro pareti di materiale ferroso. Parlava lui e il suo cervello e quella voce, quei discorsi, sembravano gli unici seri e, allo stesso tempo, privi di senso.
Gli occhi, abituatisi alla luce artificiale che veniva proiettata sulle banchine di attesa dei treni, permisero finalmente ad Hans di avere una visione completa del luogo nel quale era giunto. Sembrava, si, una stazione metropolitana ma, allo stesso tempo, non aveva nulla che potesse identificarla come tale. Caldo e umidità erano al di sopra del normale e l’aria era pesante e appiccicata, quasi densa, e seccava la faringe di chi la introduceva all’interno della bocca. Non c’erano lampioni, lampadari e proiettori ma lo stesso una grande luce inondava l’intero spazio. Hans mise un primo piede fuori l’ascensore e non fu raggiunto da alcun vento rinfrescante che potesse calmare l’oppressione che sentiva gravare sul diaframma, complicandone la respirazione; sapeva che non sarebbe potuto resistere a lungo e che prima o poi sarebbe giaciuto a terra, in posizione fetale, vittima di una crisi di panico o di un esaurimento nervoso. Continuò a buttare qualche passo e a farsi avanti in quella stazione. Ora poteva osservare bene le superfici della costruzione: i muri e il tetto sembravano essere una sola cosa, che si chiudevano a formare un lungo tubo; o buco. Poi Hans con suo grande disgusto si accorse che sembravano pulsare di vita.

Si fermò, bloccando anche il respiro e fissando il tetto e le pareti: si, aveva ragione! Pulsavano, come se fossero alimentati da qualche fluido vitale.

Poi c’era quell’odore! L’odore di vagina, forte, intenso e umido. E ad Hans sembrava di essere proprio in una vagina, calda e pulsante. Forse si trattava di quella di Eva, pensò ad un tratto; ma tutto quello che gli sembrava avere un senso, l’unico filo logico che lo aveva portato fino a là era che tutta quella storia che era cominciata dall’incidente con Mikael e adesso, sarebbe arrivata alla fine. Una specie di resa dei conti, un incontro con una persona alla quale hai fatto del male e devi cercare di giustificarti, di ottenere la sua comprensione, il suo perdono; e tuttavia sai che non tornerà nulla più come prima.

Poco più avanti, sulla destra, ad Hans sembrò di vedere alcune persone sedute su una panchina ad attendere il treno. Fu una liberazione: finalmente riusciva ad incontrare un’altra anima viva. Non gli importava se non parlassero o se fossero pazzi come il vecchio barbone che aveva incontrato prima, la cosa importante era la figura umana che distribuiva calore nel corpo e colorava i pensieri grigi che gli riempivano il cranio.

Si mosse, così, verso di loro.

“Scusate…” disse ansimando mentre giunse nei pressi di quelli. “Scusatemi!” Respirò mentre le caratteristiche di quei tizi seduti giunsero meglio alla sua retina, stampandosi su di essa. Sembravano senza colori e non un’espressione compariva sui loro volti, smorti.

“Scusate, da quanto tempo aspettate il terno?”

“A…spettare?” Domandò un tizio con la faccia di un vecchio, ma che vecchio non era. Le figure presenti si mossero, si guardarono a cercare consiglio. Poi, la faccia da vecchio riprese:

“Ecco cosa siamo a fare qui! Aspettiamo!” Rivolgendosi agli altri seduti. Si guardarono ancora, poi uno esclamò: “Sai che mi piace il suono della tua voce?” Rivolgendosi al vecchio. “Già.”, rispose: “Anch’io non la sentivo da un bel po’!”.

Hans intervenne: “Che diavolo ci facevate qua seduti sulla banchina di una metropolitana, se non ad aspettare il treno?! Voi siete pazzi, maledizione! Stasera sto incontrando solo pazzi, porca puttana!”. Colpì con un calcio il bidone dell’immondizia accanto alla panchina, violentemente. Il vuoto risuonò per tutto lo spazio, producendo un debole eco. Le persone sedute sulla panchina non sembravano minimamente scosse e, con precisione assoluta, ruotarono la testa verso Hans che si portò le mani alla fronte e cominciò ad ansimare!

 “Cazzo!, io adesso dovevo essere a casa!, avevo già finito di mangiare ed ero in pigiama pronto ad andare a letto! Cazzo!” Scaraventò le braccia giù, con violenza, per scaricare la tensione. Nessun risultato. “Cazzo!, devo essere a cassa e non ad aspettare il treno delle…”
Voltò gli occhi sull’orologio: la lancetta delle ora era scomparsa, quella dei minuti procedeva in senso antiorario con ritmo frenetico.

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Una buona idea.

scritto da KingD il giovedì, 17 gennaio 2008,15:49
[...]

Rimase lì a guardare la pazza lancetta. Intanto dietro i figuri senza apparente volto si consultavano a bassa voce:

“Eh eh! Deve essere uno nuovo!”
“Forse faremo meglio a dirgli la verità!”
“Qualcuno ti ha detto la verità quando sei arrivato, imbecille? Allora perché dovremmo dirgliela a lui?”
“Sono d’accordo! Facciamolo divertire un po’!”

Si misero a ridere sommessamente.
Hans si voltò verso quelli, scrutandoli: “La verità? E voi da quale principio potete affermare che io ci creda? Qui non è vero niente. Ogni muro, ogni porta, ogni strada, ogni luce, ogni cosa perde senso e significato!” La voce riecheggiò nell’antro nero della galleria del treno.
Uno di quei tizi seduti sulla panchina si mosse, alzandosi: “Sono talmente piene e ricche di significato che tu non sei in grado di accorgertene. Ridono di te ogni volta che ci passi davanti, sopra, sotto, ogni volta che le attraversi.”

Il cuore di Hans aveva preso a battere più lentamente e sentì i muscoli del corpo allentarsi, il sangue defluire riscaldando le membra. Un brivido di calore gli percosse la schiena violentemente.
“Va via, ragazzo. Torna da dove sei venuto.”

“Allora è così!” Hans rispose. “E’ così che affrontate il tutto? Restando seduti su una panchina ad aspettare un treno che non passerà mai?”
Il tizio, ora in piedi, sorrise appena. Poi, tornò all’espressione senza vita che aveva prima con una lieve smorfia di dolore, come se inarcare le labbra per sorridere fosse stato uno dei suoi più grandi sforzi. Si riaccomodò in mezzo agli altri, sulla panchina. Rimasero in silenzio immobilizzandosi.
Non un movimento, nemmeno con le palpebre. La pupilla perfettamente ferma. Non un tremolio.
"Non rispondete?”
Nessun suono.

Passarono alcuni minuti. Il freddo della galleria avvolse Hans che cominciò a sentire sulle spalle un grosso peso. Un’oppressione che gli toglieva il respiro e angosciava ogni pensiero. Gli riecheggiava nella mente un’antica paura, che gli paralizzava le gambe e le braccia. Immaginò il suo volto come quello delle statue di fronte a lui che lo fissavano, fredde, ciniche. Si sentiva parte del tutto ormai.

“Ri..rispondete… vi prego.” La sua voce, rotta, era un flebile sussurro, l’ultimo guizzo di una speranza che non aveva voluto far morire. Ora che la pazzia lo prendeva interamente, seguì il consiglio di tornare da dove era venuto. Si diresse verso l’ascensore. Giunto a questo premette il pulsante e attese. La luce all’interno funzionava e, all’apertura delle porte, fu investite dalla luce.

Al centro della cabina dell’ascensore c’era una bambina, con le spalle rivolte verso Hans. La fissò. Aveva i capelli poco più scuri di Anja, quasi lo stesso taglio che le cadevano poco più in giù della spalle, accarezzandole. La pelle, non scura né candida, la si poteva osservare dallo spazio che si veniva a creare tra le bretelle del vestitino e i capelli.

“Lo so chi sei.” Sorrise appena. “Immagino che non tornerò da dove sono venuto fino a che non avrò fatto quello che ho fatto, giusto?”

La bambina annuì.

“Mi spiace”

Hans si chinò e slacciò una scarpa. Tirò via il laccio. Lo afferrò con le due mani, lo tese e raggiunse le spalle della bambina.

Il vecchio barbone si trovava accanto al cassonetto di immondizia a bere la sua interminabile bottiglia di gin, quando fu colpito da una luce forte che provava dal muro di fronte ad esso. Attese un po’ prima che gli occhi si abituassero alla luce per vedere Hans che lasciava cadere il corpo di una bambina, senza più vita. Un tonfo flebile.
Hans si tolse il laccio dalle mani, quello che aveva usato per strangolare i suoi incubi ed uscì dall’ascensore. Guardò il vecchio barbone.
“E’ tutto chiaro, ragazzo?”
Hans annuì. Non aggiunse una parole, chinò i volto grigio.
“E’ normale. La prima volta è così per tutti, ma poi ti ci abitui.”
Hans sospirò
“Mi chiedo cosa penseranno di me, ora.”
Il vecchio lo guardò, diede un bel sorso alla bottiglia che, puntualmente non si svuotò:
“Non sono affari che ci riguardano. Credimi.”
Riprese a bere.

 

epilogo.

 

Eva scese dalla macchina in tutta fretta. Aveva il cappotto che le copriva il pigiama. C’era una folta folla davanti a sé: polizia, ambulanza e qualche altro curioso. Scorse Mikael.
“Mikael!” Gridò.
Lui si voltò e la vide. Le corse in contro, raggiungendola. “Eva, fermati non venire! Lascia che ti spieghi.”
“Che è successo?”
“Non so come dirtelo: stavamo camminando io e Hans. Stavamo tornando a casa- Poi…non so come spiegarlo.”
“Poi cosa Mikael? Che è successo?” Eva sentì gli occhi che si cominciarono a bagnare. Un groppo alla gola le aveva mozzato l’ultima parola pronunciata.
“Mikael è stato colpito alla testa da un calcinaccio caduto da un balcone di una casa abbandonata, cinque metri al di sopra della strada.”
Eva si portò la mano alla bocca cominciando a piangere. Si voltò.
“Ehms..” Mikael si schiarì la voce. “Non c’è nulla da fare. E’ morto.”
Eva si voltò, abbraccio Miakel e, urlando, pianse il dolore.

 

Intanto da un’altra parte il numero 66.567.897.786.789.098.987.654 (che, per comodità chiameremo 66) parlava al numero 54.675.564.562.129.763 bis (che per comodità, chiameremo 54bis).

“E’ stata una buona idea quella di creare quest’altro girone.”
“Una buona idea un corno! Sai che siamo costretti a sorvegliarli per l’eternità? Non possiamo nemmeno divertirci con loro!”
“A me è piaciuto lo scherzo della luce nell’ascensore e l’orologio, sinceramente!”
“Sei un’idiota! Sapevo che non dovevo accettare questo lavoro e restare a torturare le anime!”

54bis guardò 66. “Ma grazie a Dio, c’eri tu a farmi cambiare idea!”
“Ssshhh! Zitto!” Lo ammonì 66. “Sai che non possiamo nominarlo invano!”
Si calò pesantemente sulla sedia e stese i piedi sul tavolo, lì di fronte.
“Anzi, avvisa il Boss che il sesto è arrivato e si è già ambientato.”

66 avrebbe voluto parlare, ma sarebbe stato inutile. Tirò un sospiro e alzò il telefono.

 

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